«Annuncio e martirio: ecco cosa ci insegnano i cristiani coreani»


Il cardinale Fernando Filoni si appresta a volare a Seul per la seconda volta in pochi mesi. In Corea l’attuale prefetto della Congregazione di Propaganda Fide si era recato in visita pastorale lo scorso ottobre, per prendere parte al 50° anniversario della creazione della diocesi di Suwon. In quell’occasione il porporato pugliese aveva potuto cogliere le sorgenti e le espressioni proprie del singolare dinamismo missionario in atto nella comunità cattolica coreana. Adesso, il capo del dicastero missionario vaticano si appresta a accompagnare Papa Francesco nel suo primo e ormai imminente viaggio asiatico. Con lo sguardo rivolto anche alla Cina.


Cosa può suggerire l’esperienza cattolica in Corea a tutte le altre comunità cristiane?

“La  Chiesa coreana ha nel suo dna storico una carica missionaria che da sempre si è manifestata in modo del tutto particolare nei laici. Tanti anni fa, quando ero segretario presso la nunziatura di Teheran, ricordo che venne a trovarmi una coppia di coreani e la signora mi disse: vorrei chiedere a lei di fare da padrino a mio marito. Io sono cattolica e lui non lo è, ma ora ha chiesto di ricevere il battesimo. Era chiaro che per quell’uomo adulto tutta l’opera apostolica del primo annuncio e poi del cammino di preparazione era avvenuta non grazie a un prete o a un missionario, ma grazie alla moglie, all’interno della dinamica ordinaria della vita familiare. Questi dinamismi sono da sempre stati prevalenti come modalità di trasmissione della fede in Corea. L’annuncio cristiano, storicamente, è sempre stato compiuto da battezzati in virtù del loro battesimo. E poi quella coreana non è mai stata percepita come una Chiesa “imposta” dall’esterno, magari attraverso i meccanismi tradizionali dell’evangelizzazione. Quando circa 300 anni fa il Vangelo entrò in Corea, furono cinque saggi laici a chiedere di conoscere meglio il Vangelo e invitarono poi Propaganda Fide ad inviare i primi missionari. Dunque, perfino il primo nucleo di evangelizzazione è autoctono, è locale. Sono dinamiche che prefigurano a modo loro la visione pastorale e l’immagine della Chiesa «in stato permanente di missione» che Papa Francesco ha suggerito a tutti nella Evangelii gaudium”.


Eppure, anche in Corea, trovano spazi campagne che sembrano concepire l’evangelizzazione come una strategia di espansione aziendale. C’è chi parla di «marketing spirituale»

“Questa tentazione può diffondersi dovunque, non solo in Corea, ogni volta che i cosiddetti piani pastorali, che sono strumenti utili, vengono concepiti come strategie di proselitismo sul modello delle campagne pubblicitarie. Così tutto si trasforma in una battaglia per avere più “clienti” degli altri. La dinamica apostolica ha tutt’altra sorgente. E la sua forza attrattiva sta tutta nell’entusiasmo dei battezzati per l’annuncio cristiano, un entusiasmo che spesso è più forte proprio nei neofiti. Queste dinamiche sono molto vive in Corea. E sono un buon antidoto alle concezioni erronee di chi concepisce la Chiesa come una specie di “prodotto” dei documenti pastorali o la identifica come una specie di azienda di servizi gestita dai vescovi e dai preti, in cui i laici fanno la parte degli spettatori o degli “utenti”. Anche in Corea, come dovunque, la Chiesa cresce secondo la modalità descritta dall’immagine evangelica del lievito, che fermenta la pasta in silenzio, con una dinamicità interna che cambia la natura di una massa informe e la trasforma in una realtà ben formata”.


Papa Francesco in Corea beatificherà 124 nuovi martiri.

“La discriminazione, la persecuzione e il martirio hanno segnato almeno duecento anni di storia della Chiesa in Corea. I primi intellettuali che si interessarono al cristianesimo lo accolsero fin dall’inizio come una sapienza venuta da fuori, che loro avevano incontrato in Cina, dove era giunta grazie a Matteo Ricci e ai gesuiti. E anche i primi convertiti abbracciavano la fede come una «luce» arrivata in Corea dall’esterno rispetto all’impianto culturale che dava forma alla società locale, segnata dal confucianesimo e dal buddismo. A Seul ho potuto celebrare la messa nel santuario di Jeoldusan, che sorge sulla «Collina dei martiri», dove i cristiani venivano decapitati e i resti gettati in un fiume sottostante, che li portasse via. Si parla di 10mila martiri coreani. Ma della gran parte di loro non si conosce nemmeno il nome. Quelli canonizzati finora, e quelli che beatificherà Papa Francesco, sono solo una piccola parte di questa costellazione di santi sconosciuti. Sono quelli per i quali è stato finora possibile rintracciare notizie storiche certe. Tra i 124 nuovi beati del prossimo 16 agosto c’è anche un sacerdote cinese,  il Padre  Zhu Wen-mo”. 


Quali sono i tratti propri del martirio cristiano che occorre tener presente per scongiurare interpretazioni riduttive e strumentalizzazioni delle persecuzioni patite da cristiani?

“Anche in Corea, come altrove, il martirio era legato al fatto di aver ricevuto il battesimo. Ma aderire al cristianesimo veniva percepito anche come una rottura rispetto a costumi e modi di essere ancestrali, regolati dalla tradizione confuciana. I cristiani con il loro martirio testimoniavano l’impossibilità di rinnegare il dono che avevano ricevuto nella propria vita. Ma per chi perseguitava i cristiani, spesso la motivazione soggettiva prevalente consisteva nel voler punire quello che veniva percepito come un rifiuto della tradizione e dell’ordine costituito. Nella valutazione del martirio ci sono sempre questi due aspetti, che non possono essere separati. La Chiesa, con la beatificazione, mette in evidenza che il battesimo e il dono della fede danno la grazia di rendere testimonianza alla gloria di Dio fino a rinunciare alla propria vita. Nella nostra cultura odierna, questa natura propria del martirio cristiano viene spesso persa di vista, e prevale una concezione che rischia di fare anche del martirio soltanto una questione di diritti umani violati o da rivendicare”.

Nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium Papa Francesco ripete che l’annuncio cristiano non si identifica in maniera esclusiva con nessuna cultura, nemmeno con quelle «che sono state strettamente legate alla predicazione del Vangelo e allo sviluppo di un pensiero cristiano». Cosa suggerisce in proposito vicenda coreana?

Dicevo che all’inizio i primi letterati e studiosi che si interessavano al cristianesimo lo percepivano chiaramente come una saggezza arrivata da fuori, dall’Occidente. Ma già nell’esperienza di Matteo Ricci e del suo allievo cinese Xu Quangqi avviene un discernimento che riconosce la natura propria della novità cristiana, e la distingue dagli elementi culturali e scientifici di provenienza occidentale che ne hanno accompagnato l’ingresso in Cina e in Oriente. Quando l’imperatore cinese chiede a Xu Guangqi cosa lo ha spinto a dover cercare qualcosa fuori dall’immensa cultura cinese, facendosi cristiano, Xu risponde che nel cristianesimo ha trovato qualcosa che non può venire dagli uomini, che non può essere concepito da nessuna cultura umana, per quanto grande, e cioè la dottrina del perdono, perdonare il proprio nemico! Da ciò – lascia intendere Xu – egli ha intuito che il cristianesimo non ha un’origine umana. Che c’è qualcosa di totalmente altro”.


Dalla Corea verrà naturale guardare alla Cina. Oggi tanti siti in Cina rilanciano ogni giorno le parole di Papa Francesco.

“L’attenzione che in molti ambienti cinesi viene riservata a Papa Francesco è un segno incoraggiante. Il fatto che tante sue omelie e discorsi siano accessibili è un conforto spirituale per i cattolici, dentro il controllo che comunque le autorità cinesi mantengono sulla vita religiosa. Di certo, tutta la fenomenologia con cui si esprime il Papa anche riguardo alle questioni sociali interroga anche i dirigenti. La realtà cinese è ampia e complessa, non si muove con immediatezza, ma spesso predilige i tempi lunghi dello studio e dell’analisi che soppesa ogni mossa”.


E quali passi concreti potrebbero dare il segno di un’apertura e di un interesse autentici?

“C’è da auspicare che, oltre alla curiosità verso il Santo Padre, si proceda nell’applicazione concreta dei diritti religiosi del popolo cinese che sono sanciti dalla Costituzione, dove si riconosce libertà alle cinque principali realtà religiose. Per i cattolici, l’applicazione coerente del dettato costituzionale dovrebbe far sì che la Chiesa cattolica non sia più considerata come un fattore estraneo che pretende di “interferire” dall’esterno, ma come una realtà immanente alla vita di tanta parte del popolo cinese, integrata nella sua cultura e nel sistema di relazioni sociali.
Pensare invece alla religione come “sottomessa” alla politica è fuorviante ed esprime una visione tipicamente marxista. È una visione ancora negativa di cui diffidare. Una visione vecchia, impaurita, che guarda indietro, non avanti”.


Quali criteri conviene seguire per favorire anche in Cina relazioni proficue tra la Chiesa locale, la Santa Sede e le autorità civili?

“Fa parte dell’esperienza propria del cattolicesimo la comunione vissuta dai fedeli con i cattolici di tutto il mondo. Di fronte a questo dinamismo proprio dell’appartenenza alla Chiesa cattolica, non si può dire: tu sul piano dei principi pensa quello che vuoi, ma poi dal punto di vista pratico devi agire come io ti dico. L’auspicio è che anche nei rapporti tra Cina Popolare e Santa Sede si arrivi ad un accordo fondato sull’impegno, sul rispetto reciproco e sulla positività delle relazioni. Un accordo in cui la Santa Sede tiene conto dei limiti entro cui deve stare, ma lo Stato cinese prende atto senza problemi che nel proprio ambito spirituale e organizzativo la Chiesa deve avere la sua libertà (dare a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio). Nessun fedele cattolico cinese può rinunciare alla comunione visibile con il vescovo di Roma, successore dell’apostolo Pietro, e al suo ruolo nella Chiesa”.

Gianni Valente
(Vatican Insider 5/08/2014)

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