Insegnare a essere responsabili della collettività

Le regole del sistema scolastico giapponese e la pedagogia dei piccoli gesti

Insegnare a essere responsabili della collettività

da Tokyo Cristian Martini Grimaldi

Nel 2011 un candidato alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti propose un’idea radicale, e da molti considerata bizzarra, per aiutare le scuole americane a tagliare i costi di gestione: licenziare tutti i bidelli e pagare gli studenti per occuparsi delle pulizie. Inutile dire che l’idea di trasformare gli studenti in spazzini non fu affatto popolare, non solo tra gli studenti ma soprattutto tra i genitori di quest’ultimi.
Eppure esiste un paese dove gli studenti delle scuole, dai 6 ai 17 anni, si occupano di fare le pulizie degli istituti scolastici, e soprattutto senza ricevere alcun compenso in cambio. Non stiamo parlando di un paese sottosviluppato, un paese con i conti talmente in rosso da non potersi permettere neppure di ripulire le proprie scuole, ma stiamo parlando del moderno e ricco Giappone.
Lettura, scrittura, aritmetica, pranzo e pulizie sono attività svolte tutti i giorni dagli studenti giapponesi. La pulizia diventa dunque un’abitudine e come tale cessa di essere pensata come un qualcosa di straordinario.
Il che non significa che per questo sia un’attività gradita agli studenti. Tutt’altro. Nessun ragazzo di dieci anni, indipendentemente dalla cultura o l’area geografica dalla quale proviene, potrà mai considerarsi un fan sfegatato della pulizia dei servizi igienici. Ma la particolarità del sistema scolastico giapponese è che l’obbligo delle pulizie è un compito condiviso da tutti.
Infatti non è un dovere dei soli studenti, ma degli stessi insegnanti, incluso il preside dell’istituto. Questo è essenziale perché i ragazzi imparano a interiorizzare il proprio dovere non perché lo dice una legge astratta — luogo comune diffusissimo sui giapponesi, secondo cui questi ultimi seguirebbero cecamente qualunque legge venga loro imposta — ma perché osservano l’esempio dato dagli adulti.
Il compito delle pulizie per i ragazzi giapponesi inizia da subito, dalle elementari e continua fino alle scuole superiori. Gli studenti vengono suddivisi in gruppi di cinque o sei di età diversa, ognuno con mansioni specifiche da svolgere.
Ogni classe è responsabile della pulizia del proprio spazio di studio e a turno di altre sale della scuola, come può essere l’infermeria o la biblioteca.
Un aspetto particolare delle pulizie è che sono organizzate in modo da creare delle dinamiche di responsabilità all’interno di ogni gruppo: ragazzi di sesta classe, ovvero bambini di dodici anni, vengono inviati a ogni classe di prima, sette anni, per dare indicazioni su come deve essere svolto il lavoro. Molte scuole offrono questo tipo di interazione tra le classi superiori e quelle inferiori perché molti bambini giapponesi si trovano nella condizione di hitorikko (ovvero figli unici). Da una parte gli studenti più grandi sperimentano cosa vuol dire essere responsabili di bambini più piccoli, e dall’altra i ragazzi più piccoli possono guardare ai più anziani come modelli guida che in futuro dovranno loro stessi imitare.
Tre volte l’anno inoltre tutti gli studenti si cimentano nella chiiki seiso (pulizia del quartiere). Le scuole dispongono di un arsenale di scope e palette che vengono distribuite ai ragazzi, i quali muniti di spessi guanti di cotone si immergono nella raccolta dei rifiuti nel quartiere della propria scuola.
Non tutte le scuole si occupano delle pulizie di quartiere, ma l’idea di fondo è una, logica e semplice come un’addizione elementare: se gli adolescenti sono costretti a raccogliere i rifiuti intorno alla loro scuola, ci penseranno due volte prima di lasciarsi andare alla tentazione di gettare spazzatura per strada. Sarà un caso che le strade giapponesi sono praticamente immacolate?
Per comprendere quanto importante sia considerato questo dovere scolastico, basta ascoltare le lamentele dei genitori di figli che sono iscritti in costose scuole private e che non prevedono questo tipo di incombenza per gli studenti: «Dove impareranno a pulire se non a scuola?», così si lamentava un genitore intervistato da una tv locale. «Ho due figli, e nessuno di loro ha la minima idea di come usare una scopa!».
Per un genitore non giapponese accettare l’idea che i propri figli siano costretti a fare le pulizie dei bagni scolastici potrebbe non essere una cosa semplice: perché piuttosto non impiegare quel tempo per imparare o approfondire una lezione, magari una lingua straniera, potrebbe obiettare un ipotetico genitore italiano.
Ma il punto è proprio questo. Gli studenti durante le pulizie stanno effettivamente apprendendo, e qualcosa di molto più vitale di una seconda lingua, ovvero stanno imparando a rispettare il loro ambiente. Stanno imparando che come individui e cittadini non sono solamente responsabili di quello che gli appartiene personalmente come può essere il proprio zaino o il testo su cui studiano ma sono responsabili collettivamente anche di quello che condividono con la comunità, come un banco, una strada pubblica o una panchina.
I bambini imparano così fin da giovanissimi che hanno una responsabilità verso la “società”, a partire proprio dal mantenimento di un ambiente pulito. I problemi comuni in Giappone non vengono trattati come una scocciatura da delegare a un’istituzione, sia essa il comune un ente o il governo del proprio stato, che è spesso un modo spiccio per lavarsene le mani, ma come qualcosa di cui l’individuo stesso deve farsi carico, per tutta la vita.

L'Osservatore Romano, 3  giugno 2017

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